Fonts In Use: un blog sui caratteri

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Fonts al lavoro, nel mondo reale.

Questa volta mi piacerebbe parlare di un fantastico blog. Ce ne sono davvero un’infinità sparsi nell’immenso archivio del web, così tanti che ormai solo per conoscerli tutti un’unica vita umana non basterebbe. Ma questo che sto per citare è davvero speciale: sarà di sicuro noto agli appassionati di tipografia, ma per chi come me si diletta della disciplina solo a livello superficiale (cioè da umile "amatore"), spero risulti una una piacevole sorpresa…

Si chiama Fonts in use: attivo dal 2010, è un "archivio pubblico di tipografia"
(così amano definirlo i suoi creatori) . È gestito da professionisti legati all’affascinante disciplina dei caratteri attraverso differenti cordoni, e il loro ruolo, missione, credo (chiamatelo come volete), ma soprattutto piacere personale, è quello di portare alla luce qualsiasi argomento connesso al mondo tipografico che possa stimolare un’originale discussione (il tutto senza alcun tipo di interesse dal punto di vista commerciale o pubblicitario).

Il blog Fonts in Use

Fig. 1: la homepage di "Fonts in use"

Cos’è un "uso"?

"In use" ("in uso", utilizzo) è quando un carattere viene applicato ad un caso reale: una locandina, un poster, un magazine, un brand, una pubblicità. È questa sottile particolarità che rende il blog interessante: nessuna teoria o speculazione, solo il puro piacere della guida!

Ogni articolo ruota attorno all’analisi di un progetto esistente. E che la critica giochi a favore o contro di esso (si verificano entrambi i casi), gli autori di Fonts in use sanno bene che cosa stanno scrivendo: la loro profonda conoscenza, competenza, la passione e il desiderio di trasmetterla… Sono tutti concetti che sgorgano con prepotenza da ogni singolo articolo.

Per molte ragioni, credo si possa paragonare la tipografia alla fisica quantistica, no? Analizzare le particelle unitarie dei caratteri (le lettere, i glifi), è come prendere un elemento chimico e studiarne i microscopici dettagli. La scala del sistema si fa di nuovo vertioginosamente smisurata: l’atomo è formato da elettroni, neutroni, protoni. Ma anche i caratteri hanno le loro particelle elementari: le grazie, gli intradossi, i punti di raccordo… E così via.

Quello che sorprende in un sito come Fonts in use, è la capacità di avvicinare una materia così ostica e ricca di sfumature (perché la tipografia può essere davvero molto complessa) al designer comune, sfruttando originali esempi pratici presi in prestito dalla vita e dalla cultura popolare.

Wuthering Heights: un caso reale

Come nell’ultimo articolo: nel momento in cui scrivo, si tratta di un’analisi della locandina del film Wuthering Heights della regista A. Arnold (dal romanzo di E. Brontë, Fig. 2). In questo caso chi scrive (David Nguyen, in realtà un contributore: tutti infatti possono partecipare al blog) fa una feroce critica alla scelta stilisitca del carattere. E per dimostrare la sua tesi, prende il discorso coscientemente molto "alla larga": c’è un’ampia introduzione sul film, sulla regia, sul sentimento, sulle forti emozioni suscitate dal luogo in cui svolge il dramma (in questo caso le umide e nebbiose highlands dello Yorkshire).

E suggerisce (a ragione) che il ITC Bauhaus (cioè il carattere scelto) non può che stridere con l’atmosfera fredda, desolata, primordiale della pellicola. Con le sue pesanti geometrice meccaniche, si accosterebbe meglio a un film fantascentifico stile anni ’70: con "macchine volanti", città fumose ed infinite (mi viene subito in mente Blade Runner).

Scena tratta dalla pellicola Wuthering Heights

Fig. 2: una scena tratta dal film Wuthering Heights (regia di A. Arnold)

E se oggi la chiave di lettura è il cinema, domani sarà senz’altro qualcosa di diverso.
Se non conoscete il blog, vi assicuro che un’occhiata vale veramente la pena: ve ne innamorerete. Amici italiani, c’è solo un unico, piccolo "problema": il sito è in inglese.
Ma questo, penso si fosse già capito.

di Mattia Frigeri

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