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Parole e vocabili imprigionati

Il concetto del “content shifting”

Il modo in cui le persone interagiscono con i contenuti online ha subito una rapida svolta: l’informazione tende a non essere più racchiusa negli scrigni dei siti web, ma a “galleggiare” nell’etere della rete e ad essere disponibile per tutti in qualsiasi luogo, ora o circostanza. Certo, abbiamo già sentito parlare di cloud computing: ma non si tratta di questo.

La maggior parte dell’informazione sulla rete è ancora oggi saldamente incatenata: nei siti, nelle liste di Twitter, all’interno delle applicazioni dei nostri smartphones. Dobbiamo registrarci, inseguire le notizie, iscriverci da questa e quella parte spendendo un’infinità di tempo prezioso: è un sistema solare dove i mezzi d’informazione sono al centro e i lettori sono solo satelliti occasionali. Ne consegue che il contenuto passa purtroppo in secondo piano. Ha funzionato bene con i siti web, ma questo sistema non passerà di certo il test dei dispositivi mobili: l’utente ha bisogno di riappropriarsi della posizione centrale, perché il tempo è denaro, e l’informazione ciò che veramente ci sta a cuore.

Tutto era già iniziato più di dieci anni fa con l’avvento degli RSS feed, ovvero un modo flessibile per distribuire il contenuto tra i vari iscritti. Ma questo è già il passato: nuove idee come Instapaper, svpply, readability, zootool fanno loro il concetto di “content shifting” (contenuto spostato): l’utente può cioè passare l’informazione (in questo caso il testo) attraverso i vari dispositivi. Un click sul tasto “leggi dopo” permette infatti di trasferire ad esempio il contenuto dal web allo smartphone, disponibile solo per quando lo decidiamo noi. Ma sotto c’è molto, molto di più: il contenuto viene prima identificato, sradicato dal contesto, e infine trasferito. Il setaccio invisibile restituisce fedelmente quella che è l’informazione al suo stato puro: libera, finalmente, dal contesto superfluo.

di Mattia Frigeri

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